LA RECESSIONE CULTURALE
Si prospettano tempi duri per le famiglie italiane: dopo anni di crescita costante, seppur minima, il Paese si trova ad affrontare una situazione di crisi economica addirittura peggiore di quella del biennio 1993-94; l’ ISTAT e l’ EUROSTAT attestano la recessione tecnica, confermando che il PIL nostrano registra un ribasso dello 0.9 su base annuale. Il calo nazionale, nel terzo trimestre, è stato quantificato in mezzo punto, cioè più del doppio di quello della media UE, che si è attestato sullo 0.2. Questi dati indicano palesemente che la crisi è globale, prettamente occidentale, ma ancor più italiana. I fattori economici e strutturali fulcro del sistema Italia mostrano le ataviche carenze dettate da scelte troppo spesso congiunturali: il leitmotiv del quadro di riferimento è rappresentato dalla debolezza e non lungimiranza delle decisioni che sono state prese per progettare il futuro (furto?) del Paese. Prendiamo ad esempio la situazione energetica: l’Italia è un Paese privo di materie prime significative; è stato tagliato fuori dal programma nucleare da svariati decenni (ed ormai è tardi rientrare in tale programma, visti i costi ingenti e tempi lunghissimi per un’eventuale costruzione di centrali, nonché l’ impossibile reperibilità di uranio destinato a terminare nel giro di 40 anni e l’irrisolto problema dello smaltimento delle scorie radioattive); non è all’avanguardia nel campo della ricerca di fonti di energia rinnovabile; importa dai Paesi limitrofi e dall’est Europa più del doppio dell’energia necessaria a soddisfare il fabbisogno nazionale. In passato (e tuttora) non si è progettato, e quindi attuato, un piano nazionale per sopperire a tali carenze, anzi non si è fatto altro che accentuare la dipendenza del nostro sistema dalle importazioni estere. E’ questa la direzione del nostro futuro? Dipendere dagli altri e diventare parassiti? C’è impellente necessità di formare nuove scuole di pensiero e nuovi metodi attuativi per uscire da questa incresciosa situazione. Quindi c’è bisogno di una nuova scolarizzazione; bisogna prendere consapevolezza che la recessione che ci attanaglia è sì certamente economica, ma complementarmente culturale: non si superano le crisi senza idee innovative e competenze specifiche. Purtroppo in quest’aspetto l’Italia rappresenta un’anomalia: storicamente dovrebbero essere le istituzioni a scolarizzare i cittadini, e da ciò dovrebbero nascere le sovrastrutture economiche, valoriali, comunicazionali ecc… ma cosa succede quando è la televisione ad essere la maestra di vita quasi di un intero popolo?
Per gentile concessione di “Altirpinia”
di Gianpaolo Faia


