“PERIFERIE” D’ITALIA
Il panorama culturale italiano, specialmente nell’ultimo decennio, è caratterizzato da iconografie e modus vivendi tipicamente settentrionali, fatta eccezione per qualche strascico “romano” dovuto quasi esclusivamente alla presenza invasiva dei “salotti” capitolini in campo politico-istituzionale. Il Mezzogiorno d’Italia, obbiettivamente, ha perso quella sorta di leadership culturale che gli garantiva “un posto al sole” perlomeno in ambito accademico, letterario e di costume. A far notizia e ad avere visibilità, oggi, non è l’attore napoletano o l’intellettuale siciliano: sono le montagne d’immondizia e le guerriglie urbane, la disoccupazione e il malessere emozionale le vere “guest star” dell’agenda setting caratterizzante la disquisizione circa il meridione. I costumi sono cambiati anche nella grande televisione pubblica e commerciale, nella musica, nel teatro e nell’industria culturale in genere: la lingua più gettonata è il milanese e non più, come una volta, il napoletano. Ma perché accade tutto questo? Le cause sono molteplici e di varia natura; elencarle tutte sarebbe un’impresa titanica, figurarsi tentare di capirle e risolverle. Certo c’è la malavita. C’è povertà. C’è ignoranza. Queste sono tutte concause che convogliano la questione in un unico grande contenitore. E’ la “chiaroveggenza” (in senso strettamente intellettivo e non parapsicologico o divinatorio) quella che manca, cioè la capacità di acquisire conoscenze di eventi e luoghi lontani nel tempo e nello spazio: sostanzialmente manca lo sguardo sul futuro e sul mondo, la peculiarità di ibridarsi con nuove forme di globalizzazione e di aspettative individuali e collettive. Gli ancoraggi psicologici che attanagliano una possibilità di crescita onnicomprensiva della realtà del Sud stanno in questa dicotomia simbiotica; ciò si traduce quindi in impotenza e soprattutto incomunicabilità: il Sud non sa più raccontarsi, farsi capire dal mondo, carpire e tradurre gli input esterni per farli propri arricchendoli con la unicità delle sue caratteristiche passionali, viscerali, che hanno arricchito tutta l’umanità. Ormai ci si limita a vivere uno stato anencefalo e neurovegetativo, rifugiandosi oniricamente in una ipotetica età dell’oro remota, retaggio di un passato per certi versi glorioso, per altri similar-decadente alla realtà attuale. Con i neomelodici e gli pseudo-intellettuali non c’è futuro, o almeno non può esserci un futuro culturalmente dignitoso. Sembra non esserci speranza, ma guardando il fermento culturale salentino (una delle poche eccezioni) e il positivissimo riscontro che questi ha a livello nazionale e globale, una possibilità di risveglio e rilancio sociale esiste anche per questo Sud. Ora bisogna saperla cogliere e tradurla in idee, concetti e, soprattutto, fatti.
di Gianpaolo Faia
(per gentile concessione di “Altirpinia”)



Io credo che senza dubbio la cultura meridionale stia vivendo un momento di scarsa popolarità, anche a livello internazionale per le vicende di Napoli;
tuttavia l’Italia è uno stato unito e si sta andando verso una unità culturale del sud con il nord. Oggi non è più possibile distinguere un ragazzo lucano da uno piemontese per come ragionano; il voler negare questo inevitabile processo è addirittura pericoloso per il sud, paradossalmente credo che i meridionalisti siano tra i primi responsabili della disfatta del sud e
della diaspora del suo popolo, perchè fanno in
modo che mai venga pronunciato un mea culpa, e
la situazione negli anni è precipitata fino a
creare questo vittimismo meridionale, questo
atteggiamento di chi pensa che tutto gli sia
dovuto.
Le tradizioni e la storia vanno di certo
difese e salvaguardate di più, ma sia tempo, credo,
di iniziare a costruire finalmente l’Italia, per davvero.
Luigi Capone
3 Gennaio 2009