Dove andare per salvarsi
Questo fottuto albero di Natale mi guarda e lampeggiano le sue lucine su questo tetro inizio del Natale.
Questi giorni
pieni di lotterie
ma senza fortuna,
di centri commerciali e di gesucristi elettrici
e babbi natali che si inculano,
di sigarette fumate al freddo,
giorni saturi di addii e di gente che ritorna.
Rinchiuso in una stanza che puzza di stufa a gas,
perso tra i bar in una solitudine, respirando l’aria fredda dell’inverno…
Resto appeso lì a mezz’aria, senza un appoggio e senza speranza, tra freddo,cartoni da buttare, strade vuote e fotografie sbiadite nella mente, prima di andare via in un’altra città, prima di lasciarti come ricordo un cd e poi volare via sulla strada; per non affogare nell’amarezza di guardarti in uno sfondo di desolazione, a guardare la morte davanti a sé come i vecchi, risolvendo tutto con l’alcool, con una finta ebbrezza che nemmeno lei ti può dare. Oggi è andata via per sempre, anche lei, e quell’amico non mi chiama per sapere se sono vivo; oggi, forse, sono morto.
Sono stato tutto il pomeriggio a girare in macchina in mezzo alle montagne, a guardare i colori delle foglie morte, a cercare foto qua e là, con un amico cui è stato commissionato di fare un libro fotografico su Nusco. Ho visto dei bei dettagli, ho ascoltato le “sante” parole di un terzo amico, appena tornato da un pellegrinaggio a Medjugorje, a far visita alla Madonna.
Ora è scesa la notte, nel paese si aggirano ancora delle anime vive, che invocano aiuto. I ragazzini sono insieme agli adulti nello stesso bar a guardare partite di calcio di campionati stranieri, e a puntare scommesse, a ragionare sulle quote, a bestemmiare sui risultati, o a giocare a carte sui tavoli pieni di birre. Guardando fuori dal bar, vedi le macchine in fila di operai, che vengono nel locale per bere e poi ritornare insoddisfatti dalle loro mogli, guardarle e pensare che infondo le odiano e gli fanno quasi schifo; e le donne in tutto ciò, scaricati i desideri e persi i sogni, svanite le promesse, considerano i loro uomini dei poveri stronzi e dei falliti, e restano sempre in casa per non farsi vedere.
Adesso sono tornati anche i ragazzi che fanno l’università nelle grandi città del centro nord, che vogliono far credere di essere diventati chissà cosa; non lo sanno nemmeno loro, però si danno delle arie con fare stupido, essendo rimasti come prima ma nel più dei casi essendo peggiorati, condannati a rimanere incastrati nella loro mentalità provinciale chiusa. Molti non li conosco. A me non interessa ogni singola cosa che si trova in questo triste angolo di terra, non mi interessa di conoscere tutte le singole persone che vivono qui o che ci sono solo nate; al contrario di tutti gli abitanti di questo luogo non mi capita mai di chiedermi chi è una persona che non conosco, perché semplicemente non mi interessa, né mi interessano le loro vicende e vicissitudini. Infondo, so che me ne andrò.
Lo sport preferito di chi resta è il suicidio, di persone apparentemente normali, che si buttano da un ponte, che si mettono un cappio alla gola, o che decidono di darsi all’eroina per farla finita più lentamente. In questi luoghi anonimi e ameni, dove non batte il sole, dove guardando fuori dalla finestra a volte ti si stringe il cuore, molti ragazzi e vecchi se ne sono andati così. Alcuni erano costretti a non uscire più di casa per paura di incontrare lo sguardo e il saluto dei paesani. Sono finiti finalmente sui giornali(solo quelli locali), e siamo entrati anche qui nell’era mediatica, così ora uscendo vedi anche passerelle surreali di gente che pensa di trovarsi a Hollywood, di signorine che pensano di essere delle modelle e di ragazzi che si sentono come Johnny Depp in un uno dei suoi merdosi film americani; e riempiono piccoli locali, trasformatisi in discoteche da quattro soldi, immaginando di essere come in tv. L’aspetto più patologico è che hanno paura di uscirne, da questo circolo chiuso di surrealismo e vuotezza di contenuti. Le piccole distanze diventano enormi. Si rimane affossati e inerti a credere che tutto il mondo stia vivendo al passo loro in quello stesso scherzo di terra.
Sono affossato anch’io.
Non tutti i miei sensi sono attivi ora, sento solo la puzza di spumante e di birra, il freddo che raschia, puzza di sigarette spente, puzza di morte, desolazione.
E’ durata troppo poco, ma sono riuscito a dissolvermi in una stanza con una ragazza venuta dal continente americano, a bere Taurasi e a scopare tutta la notte, a parlare anche di distanze che si annullano quasi, di sesso, di religioni, di oggetti salvifici e di musiche salvifiche. Ammetto che molti hanno avuto qualcosa in più su cui parlare tra una birra e una partita di calcio al Baghdad cafè.
Ma io non lo so dove andare, come fare, per salvarsi, non so nemmeno se è possibile.
Luigi Capone


