Senza titolo
durante la crisi del 2008, in un piccolo centro dell’entroterra appenninico, gruppi di uomini, come grappoli d’uva attaccati alla vite, discutono seduti su panchine di legno trattate. le discussioni cominciano presto, al primo raggio di sole che colpisce la seduta in finto cotto della punta estrema della villa comunale. e si trovano lì, i sempre verdi, saggi di paese, lingue dure biforcute, che tagliano su le intime questioni dei loro paesani. come se fossero sotto l’occhio del vigile eterno che li inonda con il suo calore mattutino, a cui loro ringraziano, con la confessione dei peccati altrui.
ogni tanto, tra una questione e l’altra si aggiunge qualcuno, che dall’ombra fredda di ottobbre cerca riparo in quel fascio di luce divina. il malinconico del gruppo, giovanni la ciola, un signore sulla settantina che da oltre quarant’anni non lavora, perchè in realtà non ne ha mai avuto voglia, dice: “ho sempre sognato di vivere al mare. si. ho sempre sognato che al posto della roccia di montagna, su cui per tutta la vita abbiamo vissuto, ci fosse una favolosa scoliera, casa di coralli colorati , e di ricci subacquei, che si affacciasse su uno specchio azzurro infinito, padre di battaglie marine e madre di succulenti piatti spinosi, che…”
“giuvà ma vafangulo…” interviene angelo lu ruospu, facendogli il gesto. interrompendo il sogno ad occhi aperti. tutti scoppiano in una fragorosa risata, giovanni compreso. “ecco” dice antonio lu mulunaru,” non devi bere appena alzato sono solo le otto e hai preso già tre pastis, lo prendi come se fosse latte. giova’ mo che fai alle dieci cominci con la vecchia romagna?”
e mentre tutti ridono, un signore un poco più anziano degli altri, sta seduto in disparte, protende la faccia, per un quarto coperta dalla coppola, al sole, arrossendo le guance di pelle morta, che si afflosciano come la creta, quando si sbaglia un vaso sul tornio a pedale. con il suo sorriso sdentato, si erge dalla seduta, usando il suo bastone farmaceutico come leva, e dice:
“giuva siendimi buonu, l’unica cosa che in questi anni di vita, inceppato tra le montagne ho notato, è che la montagna ti rende razionale e cinico.
la montagna non è il mare. il mare è piatto. riflette il cielo, e allo stesso modo è profondo. il mare è una proiezione continua di immagini, che in realtà non gli appartengono. il mare è lì e lo vedi. il mare è finito e infinito, nella sua proiezione bidimensionale. la montagna invece è alta, possente, la puoi vedere nella sua interezza solo arrivandoci. la montagna deve essere conquistata. scoperta. la montagna ti soffia sullo spirito, nei garbugli cerebrali, ti inonda di linfa l’essere. ti rende introverso, ti infetta con la sua aria il sangue e ti rende figlio della terra. il contatto diretto con essa, lo scoprire, giorno per giorno i suoi centimetri, i suoi metri, i suoi kilometri, ti fa cliente del suo mutare, del suo trasformismo stagionale. la montagana non proietta. non è specchio. non riflette il cielo, la montagna ti fa toccare il cielo, buca le nuvole e ti protende verso l’alto, come una stilografica che tocca con la punta un foglio bianco, e si dimena in strette volubili linee che creano fitti nodi arricciati. la montagna è poesia, per poeti, ma allo stesso tempo razionalità per il contadino che aspetta il sopravvento delle stagioni, e cinismo per l’anziano che sa che deve morire, e che solo ora capisce il paesaggio, in cui è stato per tutta la vita, una maruca che ha lasciato il suo viscido segno.”
gli altri sono esterefatti dalla profondità di don ciccio lu strazza buttuni, così per sdrammatizzare angelo lu ruospu dice:- dopo questo mi sa che la vecchia la vado a prendere anch’io. giuvà ja. alzati e cammina vecchio alcolista che ti faccio conoscere una vecchia romagnola sauch me.
e ridendo il gruppo entra nell’ombra di ottobre lasciando don ciccio faccia al sole e occhi socchiusi. li guarda sott’occhio fino all’entrata della bettola storica del paese. poi chiude gli occhi, il sole spezza in due il suo viso, gli angoli della bocca si sollevano, aggrinzandogli la
pelle sotto le occhiaia marcate, resta immobile con l’espressione del volto che assomiglia al ghigno della maschera di allerchino. apre un po la bocca e con un filo d’aria espelle la sua anima. mentre l’alito gelato fuoriesce, una brillante lacrime gli solca il viso facendo curve e superando la pelle aggrinzata fino a slittare alla punta del mento, cadendo nel vuoto, come se le curve fossero le avversità che ciccio ha dovuto combattere per tutta la vita, per arrivare al suo scopo, cadere irrimediabilmente nell’oblio, vuoto della morte.
f.p.


