Al Bar destino
Non c’è distinzione tra quello che si percepisce e quello che accade.
“Al bar destino”
Velocità di 80 km all’ora e di 20 sigarette all’ora, bruciano come i ricordi e come le immagini di uno spettacolo di marionette in un circo. Stremato sto senza mangiare da due giorni, mi mantengo in piedi col vino, corro tra spettri e mostri e ricordi bruciati, e mi chiedo se mai troverò qualcosa sul mio cammino in mezzo alla neve, sento solo il freddo.
Sulla strada buia per l’inferno sto andando da solo, nella notte tetra e prima o poi potrei trovare o non trovare una luce.
In ogni caso, non spero di trovare una risposta, e non spero di trovare quel che vorrei, non spero.
Mi piace viaggiare in macchina di notte bevendo whisky, fregandomene degli sbirri, a lume di sigaretta perché forse è l’unico momento in cui posso pensare liberamente. E penso: che io me ne vada a bruciare all’inferno, che la troia che mi fa patire invano possa crepare tra le fiamme dell’inferno, che bruci il mio amore come brucia questa fiamma al lume della quale scrivo nell’oscurità. Forse è ora di tornare, tornare a sperdermi e maledire un Dio che se c’è pensa ai cazzi suoi, e maledire il tuo amore di troia che non vale un cazzo, battere la strada, buttarmi nel buio con la mia lanterna. L’amore è stronzo, anch’esso, e ci si innamora sempre delle peggiori troie; ci ho messo tutto il cuore davvero, ma non è servito a niente, e ora il mio cuore è morto, e vorrei non averlo: da solo, l’amore non basta, e da solo sono rimasto e non basto a me stesso.
- Perché cazzo deve sempre finire tutto in una maniera così squallida?- si è chiesto il mio cuore prima di schiattare.
Il tuo amore andato a male, inizia a farmi male, resto solo su questa strada e cammino senza meta, e sono accompagnato da incubi da tutte le parti.
Già sono entrato è uscito dall’inferno per te, ti ho dato tutto, compreso i miei occhi, ma non ti è bastato.
Ho sorpassato il limite, ho vomitato rancore per due secoli, sono impazzito, e ho vomitato anche il cervello, con una risata.
Una notte che mi ero perso, pioveva maledettamente, e si schiantavano tremendi i tuoni al suolo con un boato assordante e cattivo.
Mi fermai in un bar lungo la nazionale, comprai un pacchetto di Pall Mall, una bottiglia di Jim Beam, e mi fermai al bancone a berne il primo bicchiere, e mi erano rimasti ormai anche pochi soldi in tasca.
Frequento abitualmente tutti i bar della zona ma questo stava lontano dalla mia “zona”; nella mia zona conosco tutti i bar, li conosco come si conoscono degli amici e ogni giorno ne vado a trovare qualcuno. Ci sono bar in cui andare al mattino, quando vai di fretta, di solito quelli luminosi col bancone in marmo, e camerieri abituati a fare 150 caffè al minuto, e di questi ne ho trovato uno; poi c’è l’Irish Pub, dietro alla piazza nel vicolo, dove vado quando sono con un cappio alla gola, e bevo stella artois o jameson, con crostini di pane, da solo con il padrone che si guarda qualche stronza partita e non fa caso a me. C’è poi il bar dove vai quando sei in compagnia di una donna, che è attaccato a un centro commerciale ed è pieno di luci, musiche di merda da discoteca che piacciono tanto alla gente, e tutto è bello e nuovo. C’è il bar dove è bene andarci di tardo pomeriggio o di sera, sedersi al tavolino e bersi una bottiglia di vino, e in quel bar ci vado volentieri, anche di notte, a bere rum. C’è il bar dove vanno i tossici, gli accannati e le teste di cazzo, e costa tutto poco ma fa schifo e non ha un cazzo, e ci vado ogni tanto, quando l’unico tuo desiderio è ridurti in uno stato molto simile alla merda e vomitare. C’è poi il bar con la televisione, dove tutti i tifosi, vecchi e tamarri, seguono le partite della squadra della zona, e gridano e dicono stronzate che non me ne fotte un cazzo; lì non ci vado mai, solo magari per pisciare. C’è il bar dove vado a vedere un po’ di fiche, vestite da troie che già sai vedendole che appena escono vanno a farsi scopare, e dove trovi anche animali strani vestiti tutti con le stesse marche di vestiti all’ultimo grido, che sfoggiano le loro macchine che pagano a rate e che gli costano un capitale e mostrano il loro culo basso dai jeans a vita bassa, portano cappelli idioti, e hanno sopracciglia tirate, e ci trovi anche quello che gli fa male il cervello e stà appiccicato al bancone col suo drink, guarda le fiche, non parla con nessuno, nessuno lo saluta e resta sempre lì lobotomizzato. Infine c’è il pub dove entri, e spesso trovi musica dal vivo, ma quasi sempre pessima; la musica dal vivo oggi vuol dire chiamare quattro coglioni che fanno i dj e fanno cacate rap, reggae, finto-folk, magari abbinati a uno della tv, di qualche reality show del cazzo, che dovrebbe essere solamente crocifisso e lapidato in piazza.
Quando arrivai in quel bar sulla nazionale che mi portava lontano vidi subito cumuli di spazzatura agli angoli del piazzale, due camionisti ubriachi che ci pisciavano sopra, luci al neon, un distributore di benzina senza self service. Entrai dentro e notai due puttane sedute al tavolo che fumavano, di età all’incirca quarantenni ma magari erano più giovani e se li portavano male, un passante che avevo preso un toast con una birra, un altro che guardava le puttane e forse contava quanti soldi aveva in tasca. Comuqnue mi sedetti al bancone, col Jim Beam e le Pall Mall e me ne accesi una. Il barista stava nel retrobottega. Io bevevo e fumavo. D’un tratto si sedette vicino a me un tipo, con una strana coppola con visiera in testa, un cappottone da cacciatore, e con i denti tra il nero e il giallo, sorseggiava un havana in un bicchiere sporco, mi guardava. Mi chiese dove ero diretto.
-Non si sa dove si và finchè non si arriva, se si arriva – gli risposi.
-E tu credi di arrivare? – mi chiese
- Credo di no-
Fece uno strano cenno con la testa, si prese un altro havana, si guardò attorno, il barista era praticamente un derelitto, un cadavere ambulante che andava avanti per inerzia in quel posto maledetto e continuava a servire superalcolici ai poveri cristi che gli capitavano al bancone in quella notte cattiva.
- vuoi sentire una favola?- mi chiese d’un tratto girandosi verso di me.
-No… ho già la testa che mi scoppia, però dimmela pure-
- Già, ognuno ha le sue torture nel cervello. Ora però ascolta, hai mai sentito parlare di quei due che sono morti in questa contrada?-
-No-
-Bene, ho voglia di raccontarti questa storia, magari ci rifletterai su e poi farai la tua scelta, la vuoi sentire?-
-Ok-
-Bene, un tipo si fermò in questo bar una sera stronza come questa , e aveva la faccia sconvolta e chiedeva di una certa Iris – e indugiò un minuto guardando il soffitto, pensando e maledicendo qualcosa.
-Ho capito, vai avanti-
-Io ero qua come stasera, e gli dissi che non la conoscevo – e indugiò di nuovo
-ok…- dissi guardando il pavimento, ma poi riprese:
-Non la conoscevo ma capii subito che l’avevo vista o almeno avevo visto il suo corpo senza vita poche ore prima che giaceva dietro il fabbricato, in mezzo a una pozzanghera. Il suo corpo inerte era pieno di seme maschile addosso, e aveva tagli sulla faccia, e pareva che la ragazza fosse stata stuprata per almeno un altro paio d’ore dopo essere stata ammazzata- .
-Hum… necrofilia-
- Già, il ragazzo che era entrato si guardò attorno velocemente, si sedette vicino a me, ordinò un doppio whisky, aveva una pistola in tasca e tremava dalla paura-
Gli chiesi – Ragazzo, che fai con quella pistola?-
- VENDETTA, se la trovo giuro che l’ammazzo quella maledetta troia!-
Io aggiunsi – Si, brutte troie le donne, ma non ne vale la pena, credimi, tornatene a casa –
-Ma lui era cocciuto e voleva trovare questa ragazza, allora io lo portai dietro al fabbricato a vedere cos’era diventata. Trovammo due camionisti che si stavano scopando il cadavere. Lui sulle prime sembrò indifferente, poi emise uno strano gemito , mi sembrò un coglione, fece la faccia stupida di chi ha visto qualcosa che non aveva voluto vedere, mi guardò negli occhi, prese la pistola, e fissandomi premette il grilletto e si sparò in bocca, facendosi schizzare il cervello da fuori con qualche schizzo sul mio cappotto – .
- Capisco…-
- Io tornai al bancone e mi bevvi un altro whisky . La vita è così, è una merda e passa in fretta, a finisce sempre di merda, in ogni caso, i destini si assomigliano per questo. La vita ti brucia, e l’amore anche, e ti svuotano, finchè non ti fai saltare il cervello –
-Si, di certo è così – risposi – L’importante è restarsene calmi, tranquilli, seduti al bancone con qualcosa da bere, come delle merde, aspettando che tutta questa follia finisca –
Si accese una sigaretta senza filtro tirando una grande boccata di fumo, e sorrise. Poi d’un tratto disse:
- Tu invece chi o cosa stai cercando ragazzo ? –
-Niente, quello che cerco è già morto o non è mai esistito-
-Bravo…io ho sempre cercato e ho trovato finora soltanto un cadavere-
- Ti offro da bere – dissi, bevemmo due whisky.
Il tizio lo finì presto, fece una strana smorfia, aveva un fucile da caccia in mano, poi iniziò a ridere in maniera strana. Disse – Brucia la vita, e bruci anche tu -. Uscì fuori, si avvicinò al distributore di benzina, si innaffiò di carburante, e poi si accese l’ultima sigaretta della sua vita. Prese fuoco più lontano, dietro il fabbricato, si buttò in mezzo alle spine quando diventò una torcia infuocata che urlava.
Gli altri due tipi che stavano al bar, compreso il barista, erano pazzi, avevano lo sguardo spento e fisso. Il barista puliva il bancone con uno straccio lurido, gli altri due erano curvi sul bancone e fumavano sigari di marca scadente.
Uscii fuori anche io, con la bottiglia di whisky in mano,mi fumai una sigaretta, sputai a terra, pensai a chi mi ero lasciato indietro e a chi mi lasciavo davanti, guardai il cielo nero trafitto da pallide stelle e la mezzaluna calma, entrai in macchina, mi accesi un’altra sigaretta, presi un bel sorso dalla bottiglia, misi in moto e me ne andai via.
di Luigi Capone
“Blow down the upside” - Soundgarden


